2026-07-13T14:28:41+00:00

Danilo Sciorilli
Hope / Trust / Fear / Dust

Nella mia residenza a Cataforio ho raccolto un diario di immagini, scatti realizzati nel borgo e tra le presenze che lo animano, con cui mi sono relazionato e che ho osservato. Dopo averli realizzati mi sono accorto che i ventidue disegni sembrano disporsi su due fronti: da una parte il tramandare, l’insegnare, il ricordare, il continuare, il lasciare una traccia; dall’altra lo sparire, l’essere dimenticati, il divenire rudere, l’essere sostituiti, il diventare fossili.

Tempo fa ho letto che l’uomo è la specie che, geologicamente, abiterà meno a lungo il nostro pianeta e questa idea non mi ha più lasciato. Mi accompagna come un incubo in cui faccio fatica a distinguere ciò che ha senso da ciò che non ne ha. La natura e gli animali ci sopravvivranno. Noi diventeremo dei resti di cui, forse, altre forme di vita parleranno. Nonostante ciò, come esseri umani continuiamo tutti a sentire il bisogno di non finire, e non fanno eccezione le persone che ho conosciuto durante questa residenza.

Ho deciso di raccogliere i disegni in un ordine preciso e di allegarli a una mappa, anch’essa da me disegnata, in modo che chiunque possa attraversare Cataforio alla ricerca del corrispettivo reale di questi segni, annotandone la posizione e ripercorrendo, attraverso i miei occhi, i pensieri di questi giorni.

HOPE / TRUST trova la sua spiegazione in un murale incontrato tra i vicoli del paese; FEAR / DUST è invece il titolo del dittico video che conclude il percorso che ho costruito con quest’opera.

Danilo Sciorilli

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L’opera è il risultato di Cassiopea, la residenza artistica promossa da Ulteriore e dedicata alla realizzazione di progetti site-specific in dialogo con il territorio, la memoria dei luoghi e le comunità che li abitano.

La residenza, curata dalla storica dell’arte Valentina Tebala, è realizzata in collaborazione con Luigi Scopelliti, presidente dell’Associazione Catartica, e con Trame e Ordito.

La ricerca di Danilo Sciorilli (1992) ruota attorno al concetto di fine e al tentativo di superarlo. Per l’artista arte e scienza sono strumenti di conoscenza affini, capaci di predire gli scenari futuri attraverso differenti forme di creatività. Condizionato dall’immaginario cinematografico, realizza animazioni che danno un nuovo senso al tempo e manifestano la sconfitta dell’essere umano di fronte al destino o alla necessità. Le sue opere rappresentano cosmogonie contemporanee, che affrontano questioni legate all’origine, all’evoluzione e alla fine, in chiave spesso ironica. Installazioni, disegni e happening vengono presentati in contesti non istituzionali come su un treno o in una fiera funeraria.

(di Lara Gaeta, pubblicato su Opera Magazine 12, 2024)

2026-07-16T16:54:29+00:00

Christian Pardini
Interno Zoo

2 agosto – 2 settembre
Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri Epizefiri
Strada Statale 106 Jonica, Locri (RC)

Interno Zoo è una ricerca del visivo che parte da uno spazio di per sé progettato per l’osservazione, il giardino zoologico di Roma, per mettere l’attenzione sulle modalità stesse di orientamento dello sguardo all’interno di una condizione data. Percorsi, recinzioni, aperture e soglie sono, nei giardini zoologici, le infrastrutture dello sguardo: elementi attraverso cui l’attenzione viene guidata, contenuta, autorizzata; strumenti per organizzare il movimento; costruzioni che regolano la distanza tra chi osserva e ciò che è osservato; costruzioni di controllo all’interno di una simulazione di realtà. Con un’operazione di sottrazione narrativa, Interno Zoo esclude animali e visitatori dall’immagine per fare di ciò che resta – l’insieme di strutture, superfici, tracciati, dispositivi di separazione – l’oggetto esclusivo della ricerca. Senza corpi da esporre, lo zoo perde la dimensione dello spettacolo e si rivela come ambiente costruito. Le immagini registrano ciò che normalmente funge da supporto. Ogni fotografia mostra uno spazio pensato per una funzione specifica. Le gabbie, i punti di osservazione, le barriere e i percorsi non raccontano un evento, ma una logica. L’Interno è proposto come condizione di prossimità, come punto di vista che accetta di stare dentro il perimetro dato e osservarne le regole. Lo sguardo non cerca l’eccezione, ma si mantiene nel sistema. Questo lavoro non documenta ciò che accade nel giardino zoologico, ma ciò che rende possibile che qualcosa accada. Mostra uno spazio in attesa, definito non da ciò che contiene, ma da come è stato pensato per contenere.

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La mostra presenta il progetto vincitore di Andromeda, l’open call promossa da Ulteriore e dedicata alla ricerca fotografica e alle pratiche visive contemporanee.

La mostra, prodotta dal GAL Terre Locridee, è co-curata da Teodora Malavenda e Elena Trunfio, direttrice del Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri Epizefiri.

Christian Pardini (Pietrasanta, 1987) è un progettista grafico e fotografo indipendente. Dopo gli studi in Disegno Industriale presso l’Università degli Studi di Firenze, ha sviluppato una pratica che intreccia progettazione grafica e ricerca fotografica. Nel 2022 ha completato il master in Fotografia Documentaria e Fotogiornalismo della Fondazione Studio Marangoni di Firenze ed è entrato a far parte del duo Clemente–Pardini, con cui sviluppa progetti dedicati al paesaggio e alle sue implicazioni sociali e ambientali.

Il suo lavoro è stato esposto in festival, istituzioni e spazi dedicati all’arte contemporanea, tra cui il Festival di Documentazione e Narrazione del Paesaggio di Cuneo, Cardelli&Fontana e FMAV – Fondazione Modena Arti Visive. Le sue fotografie sono state pubblicate, tra gli altri, da L’Espresso e Fotocrazia.

Nel 2024 ha ricevuto una menzione speciale agli Urbanautica Institute Awards per 4km e una borsa di studio dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Nel 2025 ha ottenuto una seconda menzione speciale agli Urbanautica Institute Awards per Interno Zoo. Nello stesso anno il progetto Limo, sviluppato con il duo Clemente–Pardini, è stato selezionato per Terræ Aquæ, progetto espositivo del Padiglione Italia alla 19ª Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.

2026-07-13T14:23:16+00:00

Nadia Cianelli
Espaço do Meio

3 luglio – 3 agosto 2026

Stazione Centrale di Reggio Calabria
Via Barlaam 1, Reggio Calabria

Questo lavoro nasce dai viaggi di Nadia Cianelli nell’Amazzonia brasiliana tra il 2016 e il 2025. Fin dal primo soggiorno, l’artista ha percepito questa terra come custode di una memoria antica del mondo, un luogo in cui essere umano e natura continuano a parlare la stessa lingua e il confine tra visibile e invisibile si fa sottile. Foresta e fiume sono fonte di vita e, allo stesso tempo, dimora di spiriti, esseri incantati e anime erranti. Ogni gesto quotidiano conserva una dimensione spirituale.

In questo mondo sospeso, Cianelli ha incontrato Myrupu, sciamano Dessana dell’Alto Rio Negro, erede della conoscenza trasmessa da suo padre Kissibi e dagli antenati del suo popolo. Attraverso questo incontro ha potuto avvicinarsi alla cosmologia Dessana, una visione fondata sull’equilibrio tra essere umano e natura, nella quale ogni elemento del mondo è considerato vivo: gli alberi, l’acqua, le pietre. La foresta è presenza, spirito e origine.

Lo sciamano custodisce il dialogo tra il naturale e il soprannaturale, fungendo da ponte tra queste due dimensioni. Il fumo, il fuoco, le piante sacre e i rituali bahsésé diventano strumenti di connessione e guarigione, attraverso cui si prendono cura delle ferite del corpo e dello spirito.

L’Amazzonia contemporanea porta i segni dello sfruttamento, della violenza, del cambiamento climatico e della globalizzazione. Eppure, dietro queste trasformazioni, sopravvive un sapere antico, fragile ma potente, che i popoli indigeni continuano a custodire e difendere.

Espaço do Meio nasce da un’immersione in un luogo che trasforma lo sguardo e ridefinisce il modo di percepire il rapporto tra essere umano, natura e alterità.

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La mostra è realizzata nell’ambito della collaborazione tra Ulteriore e RFI – Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS).
Il progetto è co-curato da Teodora Malavenda e Roberta Fuorvia, curatrice e co-fondatrice di The Docks.
L’allestimento è a cura dell’architetta Rosanna Sapia.

Il viaggio e la fotografia accompagnano da anni il percorso di Nadia Cianelli. La curiosità verso luoghi e culture differenti l’ha portata a lavorare nel settore turistico, seguendo un percorso professionale distante dalla sua formazione iniziale. La fotografia è arrivata successivamente, intrecciandosi al suo modo di osservare il mondo e diventando nel tempo una componente essenziale della sua vita e della sua ricerca.

La sua pratica fotografica nasce principalmente dal viaggio e dall’incontro con persone, culture e territori. L’esperienza dell’Amazzonia e il confronto con il popolo Dessana hanno influenzato profondamente il suo sguardo, contribuendo a definire una riflessione sul rapporto tra essere umano e natura.

Dal 2015 al 2022 è stata Delegata Regionale FIAF per l’Umbria. Attualmente fa parte del consiglio direttivo dell’Associazione Culturale Istanti Fotografia e Cultura di Perugia. Ha partecipato a mostre personali e collettive e affianca alla ricerca fotografica attività didattiche e laboratoriali, con particolare attenzione ai processi fotografici alternativi, come la cianotipia, e al libro fotografico inteso come forma narrativa e dispositivo di memoria.

2026-06-16T17:41:23+00:00

Martina Albertazzi
A Warm Winter

3 ottobre – 4 novembre 2026

Elle Interni
Via del Torrione, 75 – Reggio Calabria

A Warm Winter è un progetto fotografico — e un viaggio — attraverso i deserti del West americano, sulle tracce dei nomadi che ogni anno percorrono migliaia di chilometri inseguendo un inverno mite. È anche una riflessione su idee alternative di casa e di radici nel presente.

I nomadi fanno parte di una sottocultura vasta e stratificata, composta da persone con vite e percorsi molto diversi tra loro. Alcuni viaggiano per necessità, perché non possono permettersi una casa; altri lo fanno per scelta. Si fermano pochi giorni in alcuni luoghi e trascorrono mesi in altri. I piani raramente sono definitivi: vengono fatti e disfatti lungo la strada.

Durante l’inverno, migliaia di nomadi si spostano tra il deserto del Mojave e quello di Sonora. Lavorano, costruiscono relazioni e formano comunità temporanee, per poi ripartire quando le temperature diventano insopportabili. “Ci vediamo per strada”: è così che si salutano. A volte succede davvero.

Questo progetto nasce nell’inverno del 2021, quando Albertazzi lascia Los Angeles per trasferirsi in una piccola città del deserto del Mojave. I primi incontri con i nomadi che attraversano quella regione le permettono di scoprire — e di innamorarsi di — un paesaggio inizialmente estraneo, che avrebbe poi scelto come casa.

Dal 2023 al 2025 ha vissuto in camper con la sua famiglia, viaggiando a tempo pieno per continuare a documentare uno stile di vita che, a prima vista, può sembrare instabile ma che, per molte delle persone incontrate lungo il cammino, rappresenta una forma di libertà e indipendenza, oltre che un modo diverso di appartenere a un luogo.

Martina Albertazzi è una fotografa documentarista italiana il cui lavoro si concentra su dinamiche familiari, maternità, identità e relazioni tra individui e comunità. Combinando fotografia di ritratto e di paesaggio, sviluppa progetti che si articolano nell’arco di mesi o anni. Predilige un approccio lento e ama tornare a fotografare le stesse persone e gli stessi luoghi, costruendo relazioni che spesso continuano oltre la narrazione fotografica.

Albertazzi ha vissuto per molti anni negli Stati Uniti, prima a Los Angeles e poi nel deserto del Mojave, in California. Nel tempo, il deserto è diventato un soggetto centrale del suo lavoro. Quel paesaggio, apparentemente ostile a un primo sguardo, rivela tutta la sua complessità e bellezza a chi lo osserva con attenzione e presenza.

Dal 2023 al 2025 ha viaggiato a tempo pieno con la sua famiglia in un camper, lavorando a A Warm Winter, un progetto che documenta la comunità nomade nel West americano.

Attualmente vive in Umbria, sulle colline a nord di Roma. Continua a dedicarsi ai suoi progetti personali e a commissioni editoriali e commerciali. Il suo lavoro è stato pubblicato a livello internazionale su The Washington Post, Bloomberg Businessweek, El País, Die Zeit, Internazionale e Robb Report.

2026-07-13T14:27:26+00:00

Hicham Benohoud
The Classroom

3 Luglio – 3 Agosto 2026

Area archeologica “Griso Laboccetta”
Via 2 settembre, Reggio di Calabria

Frustrato dalla rigidità del sistema educativo marocchino degli anni Novanta, l’insegnante d’arte Hicham Benohoud iniziò a utilizzare la fotografia come strumento pedagogico, allestendo una camera oscura improvvisata all’interno della propria aula. Attraverso un approccio collaborativo e sperimentale, incoraggiò i suoi studenti a confrontarsi con la creatività e con la costruzione della propria identità.

Le immagini realizzate insieme agli studenti sono attraversate da una costante tensione e da un senso di alienazione, combinando assurdo, ironia e inquietudine in composizioni accuratamente costruite e volutamente spiazzanti. Mettendo in relazione la monotonia dell’ambiente scolastico con una riflessione visiva sui temi della libertà e del controllo, The Classroom sviluppa una critica al tempo stesso giocosa ed esistenziale dell’identità postcoloniale, in cui gesti creativi apparentemente infantili si intrecciano a un’estetica più ambigua che richiama oppressione, violenza e isolamento.

Hicham Benohoud nasce nel 1968 a Marrakech, in Marocco, dove vive e lavora. Fin dalla sua prima mostra nel 1998, attraverso messe in scena dal carattere surreale, sviluppa una riflessione sulla cultura e sulle strutture sociali marocchine, esplorando le nozioni di identità individuale e collettiva. Pur dedicandosi principalmente alla fotografia, la sua pratica artistica si estende anche alla performance, alla pittura e all’installazione.

Il suo lavoro è stato esposto in numerose istituzioni e manifestazioni internazionali d’arte contemporanea, tra cui la Galerie VU (Parigi), la Biennale di Gwangju (Corea del Sud), la Maison Européenne de la Photographie (Parigi), le Rencontres Photographiques de Bamako (Mali) e la Biennale Dak’Art (Dakar).

Le sue opere fanno parte delle collezioni permanenti di importanti istituzioni internazionali, tra cui la Tate Modern di Londra e il Museo Reina Sofía di Madrid. Nel 2025 ha ricevuto il prestigioso premio Aperture–Paris Photo per il libro The Classroom.

2026-06-16T17:32:45+00:00

Carlos Folgoso Sueiro
Alén do Lago

6 novembre – 10 dicembre 2026

Technè Contemporary Art
Via dei Correttori, 6
Reggio Calabria

Alén do Lago nasce in Galizia e lungo la frontiera con il nord del Portogallo, un territorio in cui realtà e leggenda convivono e dove le trasformazioni sociali e ambientali si intrecciano alle storie individuali. Attraverso vicende segnate dall’emigrazione, dall’abbandono, dall’alcolismo e dalla progressiva perdita del mondo rurale, il progetto esplora una regione che oggi si confronta con lo spopolamento, il cambiamento climatico e la fragilità delle proprie comunità.

Il lavoro assume una dimensione profondamente autobiografica. Molti dei protagonisti appartengono alla famiglia e alla cerchia affettiva dell’autore: suo padre, i nonni e gli amici del villaggio. Anche Carlos Folgoso Sueiro ha vissuto per molti anni lontano dalla Galizia, condividendo parte delle esperienze che attraversano il progetto.

Intrecciando memoria personale, realtà sociali, leggende e miti locali, Alén do Lago si configura come un viaggio visivo in cui il paesaggio diventa lo specchio di una comunità in trasformazione e della costante ricerca di appartenenza, resilienza e identità.

Il lavoro di Carlos Folgoso Sueiro è stato pubblicato da National Geographic, GEO, Stern, Vanity Fair, The Sunday Times, Der Spiegel, L’Espresso, D Repubblica, The British Journal of Photography e Paris Match. Le sue fotografie sono state esposte presso il Museo Hermitage di San Pietroburgo, il Brooklyn Bridge Park di New York, PhotoEspaña al Real Jardín Botánico e il Canal Isabel II di Madrid.

Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui due Pictures of the Year, i Sony World Photography Awards, il Marco Pesaresi Award, i LensCulture Critics’ Choice Awards e il Premio Galicia de Fotografía Contemporánea.

Nel 2020 ha avviato Alén do Lago, un progetto dedicato alla Galizia attraverso il quale esplora l’atmosfera e l’identità della propria terra. Per la serie The Shining Land ha viaggiato nelle regioni remote dell’Estremo Oriente russo, mentre World’s Place Apart, iniziato nel 2005 e tuttora in corso, è dedicato a una comunità che vive ai margini della società contemporanea.

Per oltre dieci anni ha affiancato la ricerca personale al lavoro di fotoreporter, documentando eventi e trasformazioni sociali in diversi contesti internazionali.

2026-06-16T17:32:16+00:00

Alejandra Hauser
Todas las cosas bellas

3 luglio – 3 agosto 2026

Hotel Medinblu
Via Demetrio Tripepi, 98
Reggio Calabria

Cresciuta in un ambiente conservatore a Città del Messico, Alejandra Hauser non vedeva l’ora di diventare più grande e trasferirsi dall’altra parte del mondo. E così ha fatto. A ventitré anni ha fatto le valigie ed è partita per quello che avrebbe dovuto essere un soggiorno di nove mesi. Dopotutto, casa era soltanto a un volo di distanza.

Fin da bambina è stata terrorizzata dal cambiamento. Voleva fermare ogni cosa: fotografare e, così facendo, trattenere ogni momento e ogni persona, conservandoli al sicuro per poterci tornare ogni volta che ne avesse avuto bisogno. Ha sempre desiderato che le cose rimanessero uguali.

Questo, ha imparato con il tempo, non è il modo in cui funziona la vita.

Si parte, si cambia, si cresce, ci si spezza e si ricomincia. Anche ciò che si lascia alle spalle cambia. A volte si spezza a sua volta.

Dopo anni passati a sognare la fuga, è tornata in un luogo che esisteva soltanto nei suoi ricordi. Si sentiva senza una casa, sospesa tra due mondi, nessuno dei quali le sembrava davvero casa. Ha iniziato a viaggiare continuamente. Come aveva fatto da bambina, si è rivolta alla fotografia per orientarsi in un mondo che le appariva estraneo.

Senza rendersene conto, ha iniziato a raccogliere le cose che la facevano sorridere. Piccoli momenti di bellezza. Frammenti di appartenenza. Todas las Cosas Bellas.

Attraverso questo lavoro, sta facendo i conti con le proprie origini: tutto ciò che ha perso e tutto ciò che ha amato. Tutto ciò che ferisce e tutto ciò che cura.

Poco alla volta, ha iniziato a vedere la casa restituirle lo sguardo da ogni angolo del mondo. In luoghi dove non avrebbe mai pensato di trovarla. In paesi lontani dal suo. Nelle piccole, bellissime cose che l’hanno accompagnata ovunque sia andata.

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La mostra è co-curata da Teodora Malavenda e Sara Emma Cervo, Visual editor di
Vanity Fair.

Alejandra Hauser ha sviluppato un rapporto intimo con la fotografia fin da giovane, utilizzandola come strumento per costruire un archivio visivo della propria memoria. A quattordici anni scopre la fotografia come forma d’arte e inizia a frequentare corsi di fotografia analogica tra Città del Messico e Barcellona. Successivamente studia cinematografia e nel 2011 si trasferisce a Parigi per completare la propria formazione.

Oggi vive e lavora tra Parigi e Città del Messico, collaborando come fotografa commerciale ed editoriale e sviluppando parallelamente la propria ricerca personale. Ha esposto il suo lavoro in Messico, Francia e Italia.

Fortemente influenzata dal linguaggio cinematografico e dalle esperienze maturate in Messico, la sua pratica fotografica si concentra sulla costruzione di immagini intime e vibranti, caratterizzate da colori intensi, luce naturale e una particolare attenzione alla dimensione emotiva e narrativa del quotidiano.

2026-06-16T17:31:44+00:00

Alessia Rollo
Altera Italia

16 luglio – 6 agosto 2026

Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria
Piazza Giuseppe De Nava, 26
Reggio Calabria

Altera Italia è un progetto fotografico che indaga la cultura rituale del Sud Italia: un viaggio fisico ma anche nel tempo per scoprire radici e significati di festività che hanno creato l’identità del Meridione.

È un progetto visivo e antropologico che mira a riconsiderare l’identità culturale dell’Italia meridionale.

Durante il Neorealismo, il Sud Italia, luogo di provenienza dell’artista, è stato visivamente studiato da antropologi, cineasti e fotografi che, con le loro ricerche, hanno generato la convinzione di una società arcaico-primitiva e la conseguente nascita di stereotipi sociali.

In questo lavoro, che include materiali storici d’archivio e fotografie prodotte dall’artista, lo spettatore si confronta con immagini che rappresentano parte di un vasto patrimonio rituale tuttora vivente.

L’immaginario che si crea è volutamente evocativo e non descrittivo.

Per questo motivo, le fotografie vengono modificate con tecniche di manipolazione analogica e digitale che introducono lo spettatore in un universo reincantato, sensoriale e spirituale.

Altera mette in scena la complessità di una cultura che ha utilizzato consapevolmente il ruolo unificatorio degli eventi rituali che ancora oggi, in una contemporaneità sempre più collegata ma meno comunitaria, rendono il mondo magico e festoso e rappresentano amuleti necessari per abitare la propria esistenza.

Nato, pubblicato ed esposto durante questi anni con il titolo Parallel Eyes, il progetto cambia ora nome, diventando Altera Italia per il formato libro, per accogliere un nome e una lingua – il latino – che meglio abbracciano la tensione decoloniale del progetto.

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La mostra presenta il progetto selezionato nell’ambito di LYRA, l’open call dedicata alla ricerca nelle arti e nella cultura visiva contemporanea promossa da Ulteriore.
La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Alessia Rollo è un’artista visiva nata nel 1982 nel Sud Italia, dove vive e lavora.

Dopo aver conseguito la laurea in Comunicazione Visiva presso l’Università di Perugia, ha completato nel 2009 un master in Fotografia Creativa presso EFTI, a Madrid.

I suoi progetti si concentrano sull’area del Mediterraneo, con l’obiettivo di costruire una narrazione visiva contemporanea e offrire nuove prospettive su questo territorio. La sua pratica è spesso orientata ad ampliare il senso di comunità attraverso la riappropriazione di storie, memorie e materiali visivi.

Il suo lavoro è stato esposto a livello internazionale in numerose mostre personali e collettive presso musei, fondazioni e gallerie, ed è confluito in diverse pubblicazioni monografiche. È stata selezionata per residenze e progetti internazionali in Italia, Etiopia, Francia, Messico e altri paesi.